Il tempo dell’attesa

 

Andata e ritorno. Un titolo fin troppo esplicito, ma che nella sua sintesi segnaletica è perfettamente in linea con il tema della mostra. “Andare e tornare” implica tuttavia una meta, se non necessariamente voluta, comunque obbligatoriamente richiesta dal ticket dato che una partenza presuppone, in via di principio, un arrivo. Eppure, nelle opere di Mariarosaria Stigliano questo dato viene meno.  L’artista non rappresenta, infatti, i luoghi del transitare, anche se dichiarati nei titoli cui è affidato il contenuto oggettivo e apparentemente mutevole dell’opera, consentendo in tal modo ai contenuti impliciti e, per certi aspetti, ripetitivi, perfino ossessivi nell’imporre la fissità del momento in antinomia allo scorrimento rapido delle immagini, di emergere come il vero soggetto indagato dall’artista.  Soggetto che, se immediatamente si connota come “condizione di transitorietà”, ad una lettura più profonda dell’opera, s’identifica, al contrario, come “condizione di permanenza” a sottolineare come nell’accelerazione attuale del tempo quella transitorietà diviene una costante immutabile, un modus vivendi che pone l’uomo fuori della relazione con la vita in un continuum temporale, in cui paradossalmente l’unica realtà è il permanere dell’attimo.  La contraddizione che qui si pone, è volutamente provocatoria.  

Di fronte alle immagini scorrevoli, fuggevoli, inconsistenti - se non fosse per quei neri che le inchiodano sulla tela - la frenesia del fare, del correre, dell’andare che accompagna ogni gesto quotidiano, pur essendo una condizione affatto estranea, lascia avvertire qualcos’altro di non esplicitato. Ed in questo scarto tra ciò che l’occhio vede e ciò che il corpo sente, le figure diventano apparizioni, presenze non presenze in un luogo non luogo, dove nell’assenza di una temporalità che scandisca un prima e un dopo, un andare e un tornare, il dualismo transitorietà-permanenza si risolve e il transitorio si trasmuta in status permanente. In questo spazio senza tempo, in cui la memoria del passato si perde nella velocità dell’esistere, si smarrisce anche il senso del futuro. Rimane solo lo spazio subitaneo dell’attimo, dove l’accadere è il ripetersi all’infinito di una stessa scena. E qui, il carattere ossessivo del soggetto, del tema. Ma non c’è viaggio e, dunque, non c’è catarsi.  Solo sospensione. E tra quel non andare e quel non tornare, venuta meno la meta, o forse dimenticata o mai conosciuta,  si consuma la metafora dell’esistenza contemporanea.

In tal senso, la ricerca di Stigliano si caratterizza nei contenuti fortemente attuale, così nel linguaggio. Un linguaggio giocato essenzialmente sul bianco e nero, soprattutto nei disegni, anche se in opere più recenti, come Shops (2008) ad esempio, l’artista introduce il colore. Un colore, che se da un lato attenua la drammaticità dei segni neri, d’altro si fa veicolo del frastuono metropolitano, delle luci e dei suoni di una città che vive, che si agita, che estrania e cattura al tempo stesso. Sembrerebbe che l’artista sperimenti i diversi momenti del quotidiano urbano nel suo apparire speculare alla situazione esistenziale dell’uomo. Alla sospensione che connota il fotogramma in bianco e nero, si sostituisce l’atmosfera accattivante delle immagini cromatiche ma, a ben guardare, il colore vetrifica la visione creando una  sorta di distanza tra il fruitore e l’opera, e dunque tra il soggetto e l’oggetto, che blocca ancora una volta il fotogramma. Non a caso,  al di là dei singoli lavori, a voler provocatoriamente radicalizzare i termini del confronto, all’impatto emotivo del bianco e nero corrisponde la respingente freddezza del colore. Anche quando il colore, essenzialmente nei toni del rosso e del blu, affiora sotto la stesura del nero o s’impone sulla tela, esso non è mai empatico come invece il nero, ad eccezione di Fuori dal coro (2008), che sembra contraddire quanto detto, ma che nella sua unicità non consente di spostare il discorso altrove, solo di sottolineare che l’arte di Stigliano non vuole “rappresentare” quanto invece “trovare”. Le sue opere, oltre che viste, vanno sentite. E nell’osmosi che si genera tra il corpo che sente e il permanere fluido delle visioni, si vive la drammaticità, l’anonimato e lo spaesamento che contraddistinguono l’epoca contemporanea e l’odierna condizione umana.

Per questa ragione, le stazioni metropolitane di Stigliano non sono mai una ripetizione vacua del tema giocata su escamotage tecnici risolutivi. Al contrario, l’artista punta con grande determinazione ad individuare le forme del reale attraverso un codice espressivo capace di restituirle nella loro complessità. In quelle linee disegnate e frammentate, in quei neri marcati e slabbrati, nei tagli obliqui, nei piani ribaltati, nel gesto che cancella come atto del rimuovere per far apparire, nell’impossibilità di mettere a fuoco l’immagine che diviene perciò visione necessaria,  si avverte l’inutilità di rappresentare il reale come oggetto a sé, in vitro.

Stigliano si confronta con un tema iconografico affatto nuovo e, sopratutto oggi, particolarmente sentito dai giovani artisti, eppure riesce a proporlo secondo un suo personale e forte punto di vista. L’immagine non definita, labile delle sue opere e i luoghi non luoghi raffigurati sono i segni evidenti di una ricerca già ben strutturata, con una precisa connotazione linguistica. 

Stigliano  è artista del suo tempo e proprio per questo capace di confrontarsi con l’alta definizione dell’immagine cui tende la società contemporanea, con la realtà virtuale e i suoi effetti, e scegliere altro. Non come incapacità di stare al passo con i tempi, ma come unica condizione per garantire l’integrità psicofisica dell’uomo e il mistero della vita.

 

                     

                                                                                                    Ida Mitrano