ALCHIMIE D’ARTE – COLLEZIONE LA PALAZZOLA

 

Sede: Museo Guido Calori

Via del Tribunale, 54  San Gemini (TR)

18 – 28 agosto 2008

Vernissage: giovedì 17 agosto 2008, ore 19,00

Orario: 10 -13

Biglietti: ingresso libero

Curatore: Marco Testa

Autori: Andrea Abbatangelo, Simona Angeletti, Marcello Canali, Caterina Ciuffetelli, Andrea De Angelis (Negro), Massimo Forzani, Paolo Liberati, Giampiero Nucciarelli, Franco Profili, Francesco Ruggiano, Roberta Ubaldi, Dino Velvet.

Genere: incisioni

ristorarte@artesangemini.it

Tel.: 3388451171

http://www.artesangemini.it

 

 

La mostra Alchimie d’Arte – Collezione La Palazzola,  curata da Marco Testa per l’Associazione Culturale RistorArte, è allestita nel suggestivo chiostro seicentesco del Museo Guido Calori di San Gemini, grazie alla generosa ospitalità del dott. Gianni Mastino Calori. L’esibizione non nasce da un’idea, ma da un’emozione, anzi da quell’alchimia di emozioni che solo il contemplare un’opera d’arte gustando dell’ottimo vino è in grado di suscitare nello spettatore.

Arte visiva e arte del vino, d’altronde, sono entrambe frutto di un processo alchemico: terra che diventa colore, segni che mutano in forme, l’uno e l’altra che creano immagini, traducendosi in linguaggio artistico. Non diversamente agisce il vino, soprattutto quando di fronte a un oggetto d’arte c’è uno dei vini di Stefano Grilli: frutto magico di un’uva autoctona e quasi dimenticata come il Verdello,  così simile all’Umbria e ai suoi abitanti, schivi di qualsiasi mistificazione, non propensi ad ammiccare, pronti ad offrire soltanto gusti e profumi originalmente propri.

E scaturisce da un’alchimia di storia, arte e gusto la Collezione di quadri La Palazzola, messa insieme, anno dopo anno, attraverso la selezione di opere che hanno fornito altrettante etichette  per il Verdello di successive vendemmie: dal 1995, senza soluzione di continuità, a parte la vendemmia 1997, saltata a causa di una gelata, come ricorda Franco Profili (I dodici anni del Verdello di Grilli. Lo strano caso di un vino bianco che non teme il trascorrere del tempo!).

Quasi obbligata, pertanto, è stata la decisione di mettere in mostra la Collezione La Palazzola allorché Angela Chiofalo, direttore artistico del Campus delle Arti a San Gemini, ha ideato l’annuale Campus Festival Musical…Mente: un progetto di sinergia tra le Arti, capace non solo di promuovere l’esibizione di arti fra sé omogenee, quali musica, spettacolo e arti visive, bensì di farle interagire con la riflessione colta, abbinando alchimie di composizione (grazie alla cooperazione di Moreno Cerquetelli) e discorso scientifico, concerti, e mostre (a cura di Marco Testa) conversazioni (Sara Maggi) e conferenze accademiche (Francesca Acquistapace, Egidio Pozzi) sui meccanismi di produzione e di percezione della fantasia e dell’immaginario umano. Un processo alchemico di idee, persone, ritmi, pause ed emozioni ha infatti innescato a San Gemini un’inaspettata metamorfosi, cosicché eventi che un tempo convivevano in un medesimo luogo oggi si compongono in un’esperienza articolata di emozioni.

Di questo straordinario esperimento le opere della Collezione La Palazzola costituiscono un esempio emblematico, anche in quanto implicite celebrazioni di quell’Arte del vino che, da primo ben riuscito esperimento alchemico, ha maturato nel tempo quella particolare simbologia ritualistica e religiosa che lo ha reso “elemento” sacrale di “redenzione”.

La Collezione consta di tredici pezzi d’arte realizzati da dodici artisti che lavorano sul territorio umbro. La prima opera di Franco Profili, che con la sua ricerca artistica tende a far percepire ciò che non si può ad occhio nudo, è quasi una lezione visiva della teoria neoplatonica: tutto è in essere anche se l’occhio umano non riesce a percepirlo nella sua complessità. L’opera di Paolo Liberati, invece, è ironica e al contempo concettualmente impegnata: una geometrizzazione delle forme instabile lascia intravedere, con le sue trasparenze e leggere velature, ciò che sussiste dietro l’immagine. Non diversamente l’opera di Francesco Ruggiano, con la giocosa rappresentazione ad acquarello dei suoi pesci, offre la sensazione di un piacevole istante di vita. Il quadro di Massimo Forzani porta alla memoria, con quei leggeri strappi di colori, le piccole avversità che affrontiamo quotidianamente e, benché sia un opera astratta, riporta alla concretezza del nostro vivere. L’astratto solido di Giampiero Nucciarelli nasce da archetipici ricordi primordiali: vive di un silenzio meditativo… il silenzio dell’universo che grida la sua esistenza attendendo il tempo della propria metamorfosi e della propria rinascita. Torna l’ironica leggerezza del vivere con le “Supercellule”, opera di Andrea De Angelis (Negro): esseri monocellulari  trovano forme di “aggregazione” artificiali dove la natura, per quando arida, diviene mezzo di coesione; natura che, nelle due opere di Marcello Canali,  ci immerge – pur nell’astratta rappresentazione della Cascata delle Marmore – in quei colori, quei profumi, quella freschezza che sono caratteristiche imprescindibili della terra umbra. In “Grano, 2002”, Dino Velvet crea un microcosmo fatto di particelle divise da confini immaginari ma unite da magnetiche “cuciture” reali, tese a trovare armonia nella loro straziante divisione. Di altro peso il mondo semplice, quasi infantile, di Simona Angeletti, che contagia la sua gioiosa freschezza. Nell’opera  di Caterina Ciuffetelli della serie “Foule”, è evidente l’urgenza di dare ordine, senza contenerla, alla folla di pensieri che, premendo, affiorano in superficie con composta eleganza e raffinatezza del segno, su carta, resine e cellotex, portando alla memoria antichi maestri ed antiche tradizioni. L’opera di Andrea Abbatangelo spinge a solcare confini e territori: così nomadi, ma al contempo abitanti del Pianeta Terra, non ci spaventiamo ad attraversare i limiti del conosciuto. Infine l’opera di Roberta Ubaldi fa comprendere quanta ricchezza si può trovare in una “ossidazione” fatta di tempo e stratificazioni, dove soltanto la sensibilità dell’artista  riesce a leggere per suggerire una melanconica suggestione dell’apparizione: così il profilo michelangiolesco si materializza sotto i nostri occhi e da una “povera” lamiera affiora la memoria di un passato che è anche la nostra storia.

 

Marco Testa